Gigante di Palazzo: Storia della statua parlante di Napoli


La statua chiamata Gigante di Palazzo è un grande busto, che nel 1668, fu ritrovato a Cuma, nel Tempio della masseria del Gigante, raffigurante Giove, dove fu trovata insieme a quelle di Giunone e Minerva.

Il Gigante di Palazzo nei giorni della Repubblica Partenopea del 1799

Il viceré di Napoli, don Pedro Antonio de Aragón, lo fece porre in cima alla salita, detta poi “Salita del Gigante”, odierna via Cesario Console, verso Piazza del Plebiscito e fu posto vicino alla “fontana del Gigante“. Gli furono aggiunti gli arti, e collocato su un’ampia base di marmo, dove le fu posto uno stemma a forma di aquila su cui era inciso un lungo elogio in favore del viceré.

Il Gigante di Palazzo, divenne per secoli la statua parlante di Napoli, analogamente a quanto accadeva a Roma con il “Pasquino”. Le statue parlanti sono una serie di statue su cui, il popolo affiggeva messaggi anonimi, contenenti per lo più critiche e componimenti satirici contro i governanti.

Le sue satire e offese esplicite contro le autorità napoletane, diventarono un punto di riferimento per chi riassaporava i moti insurrezionali sollevati da Masaniello qualche ventennio prima. Anche il Gigante si ribellò a modo suo partecipando alla Repubblica partenopea del 1799, con il berretto frigio, con una banda tricolore a tracolla, e con in mano l’asta d’un vessillo rivoluzionario.

Su questo gigante, nonostante la presenza di una sentinella che continuamente vi dimorava, si incominciò ad attaccarvi satire di ogni tipo, di cui chi ne faceva maggiori spese erano naturalmente, gli stessi vicerè.

Infatti durante il regno del viceré don Pedro Antonio de Aragón, quando rimosse la Fontana dei Quattro del Molo, per riposizionarla nei giardini ornamentali della sua casa in Spagna. In quel caso la la statua parlante del Gigante osò commentare ironicamente il gesto del nobile spagnolo:

“Ah Gigante mariuolo, t’hai pigliat li Quattro de lo muolo! A mme? Io non songo stato: lo Vicerrè se l’ha arrobbato!”

Poi toccò al viceré austriaco, conte Alois Thomas Raimund di Harrach, che nel 1730, trovò affisse frasi denigratorie come queste:

“Neh che ffa ‘o conte d’Harraca? Magna, bbeve e ppò va caca”

“Vuie pensate a fa’ le tasse,
nuie pensammo a fa fracasse.
Ve magnasteve i fecatielli,
lo Rre se magna i casatielli”.

Frasi che indicano, che il vicerè pensava solo a se stesso e ai propri bisogni senza curarsi del popolo.

Ma chi rese involontariamente celebre il Gigante fu Luis de la Cerda, duca di Medinaceli, che giunto come viceré nel 1695 pensò bene di estirpare il problema alla radice.

Promise 8.000 scudi d’oro a chi desse notizie sull’autore o gli autori dei fogli satirici: il giorno dopo sul gigante si offrirono 80.000 scudi d’oro a chi portasse la testa del vicere’ al mercato.

Busto situato oggi al Museo Nazionale.

Per poi finire due secoli dopo, con Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone, che fu nominato dallo stesso Napoleone, Re di Napoli il 1806. Lo stesso Bonaparte, prima di lasciare il trono di Napoli a Gioacchino Murat nel 1808, non sopportando il sarcasmo napoletano che lo bersagliava continuamente, invece di porre una taglia sugli autori, se la prese direttamente col Gigante, ordinandone la rimozione.

Ma la mattina stessa della rimozione si potè leggere sul busto, il testamento del Gigante:

“Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai Ciambellani, le gambe ai Generali e tutto il resto a re Giuseppe.” 

Ovviamente tutti capirono quale fosse la parte riservata al Bonaparte…

La celebre statua, dopo una breve permanenza al Museo Nazionale sullo scalone di ingresso, oggi è collocata nel giardino dello stesso museo, priva degli arti aggiunti dopo.

Purtroppo, pochi conoscono la storia del Gigante di Palazzo. Il gigante, che per la sua bellezza e soprattutto per il ruolo che ha rivestito nella storia di Napoli, merita di essere ricordato e valorizzato, poiché esso è un monumento alla irriverenza e allo spirito combattivo dei napoletani, che nonostante le difficoltà, hanno sempre trovato il coraggio di far sentire la propria voce.

 

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