Il Sinodo del Cadavere: Il processo più macabro della storia


Il Sinodo del Cadavere (Synodus ad cadaver), noto anche come Concilio Cadaverico, è il nome attribuito ad uno dei più macabri episodi della storia. Riguarda il processo per sacrilegio istruito post mortem a carico di Papa Formoso (891-896). Nei primi mesi dell’897, su decisione di Papa Stefano VI, il corpo del pontefice fu riesumato, sottoposto a un macabro interrogatorio e quindi a esecuzione postuma dopo essere stato formalmente giudicato colpevole.

Quadro storico

Immediatamente prima dell’elezione di Papa Formoso le due figure più potenti nella penisola erano quelle di Guido da Spoleto e Berengario del Friuli, il quale nel 888 ottenne il trono d’Italia che detenne fino al 924.

Nello stesso anno scese in Italia un altro pretendente al trono imperiale, il re dei franchi Arnolfo di Corinzia, al quale Berengario giurò fedeltà, ipotecandogli così una prossima ascesa al titolo di imperatore del Sacro Romano Impero. L’anno seguente però il titolo reale italiano passò a Guido di Spoleto, avversario acerrimo sia di Arnolfo che ovviamente di Berengario, grazie all’appoggio di Papa Stefano V, alleato fedele di Guido, che nel 891 lo incoronò imperatore del Sacro Romano Impero.

E’ in questo momento che entra in scena la figura di Formoso. Poche settimane dopo la solenne investitura di Guido, Formoso diventò vescovo di Roma. I rapporti fra Guido e Formoso non erano però dei migliori; anzi entrambi nutrivano astio nei confronti dell’altro a cui andava sommata l’amicizia che legava il nuovo Papa con Arnolfo di Carinzia.

La prova di forza di Guido con cui costrinse Formoso a riconfermare la sua consacrazione imperiale precedentemente concessa da Stefano V, fu l’atto finale di un rapporto già precario.

Formoso persuase Arnolfo a scendere nel 894 in Italia per liberarla dall’egemonia di Guido offrendogli la corona imperiale. Nello stesso anno Guido morì lasciando contro il nemico il figlio Lamberto e la moglie Ageltrude. Nel 896 Arnolfo portò a compimento la sua campagna militare italiana e si fece incoronare imperatore da Formoso, il quale morì qualche settimana dopo. Gli successero Papa Bonifacio VI che morì dopo sole due settimane (il secondo pontificato più breve della storia), e Papa Stefano VI.

Papa Stefano VI fece riconoscere Lamberto imperatore visto la grande influenza che la famiglia degli Spoleto aveva presso il nuovo Papa e molte famiglie romane. Infine sotto la pressione di Lamberto e Ageltrude, Stefano VII istituì il cosiddetto “sinodo del cadavere”, un vero e proprio processo a carico dell’ormai defunto Papa Formoso, che si tenne nel gennaio del 897.

Il processo

Nel Febbraio dell’897 il papa Stefano VI, spinto dai sentimenti di odio verso Formoso che aveva rinnegato la casata spoletina, avendo per di più chiamato in Italia un re e un esercito straniero, e forse a seguito delle dirette pressioni di Lamberto e Ageltrude, ordinò la celebrazione di un processo post-mortem a carico del defunto papa, in quello che venne chiamato il “Sinodo del cadavere” (synodus horrenda); il clero romano avrebbe giudicato il pontefice traditore.

Il cadavere di Formoso venne dunque esumato, abbigliato con le vestigia papali e posto su un trono nella basilica di San Giovanni in Laterano per “rispondere” a tutte le accuse che a suo tempo erano state avanzate da papa Giovanni VIII nel concilio del Pantheon del 19 aprile 87.

Il processo aveva però anche delle evidenti motivazioni politiche: intendeva infatti punire l’appoggio manifestato da Formoso sia verso i Carolingi in occasione della successione al trono francese, sia soprattutto verso il partito nella persona di Arnolfo (peraltro legittimo imperatore), del quale aveva ottenuto l’intervento in Italia per spodestare Guido di Spoleto e suo figlio Lamberto dal trono imperiale.

L’unica plausibile spiegazione per un modo di agire così poco convenzionale, può essere riscontrata nella procedura giudiziaria germanica, che nei processi esigeva la presenza del corpus delicti, e che dunque consentiva, in situazioni estreme, anche la presenza di un cadavere.

Il macabro processo si svolse con cardinali e vescovi riuniti, un diacono che venne nominato per rispondere in vece del pontefice deceduto, e con lo stesso papa Stefano che fungeva da accusatore. Il verdetto stabilì che Formoso era stato indegno del pontificato, e dunque venne ufficialmente deposto, tutti i suoi atti e le sue misure vennero annullati, e gli ordini da lui conferiti furono dichiarati non validi.

Ferdinand Gregorovius, lo storico tedesco del XIX secolo, fornisce una tra le migliori descrizioni, sebbene con forti tinte drammatiche, del clima e della conclusione di tale sinodo:

« Il cadavere del papa, strappato alla tomba in cui riposava da otto mesi, fu vestito dei paludamenti pontifici, e deposto sopra un trono nella sala del concilio. L’avvocato di papa Stefano si alzò, si volse verso quella mummia orribile, al cui fianco sedeva un diacono tremante, che doveva fargli da difensore, propose le accuse; e il papa vivente, con furore insano, chiese al morto: “Perché, uomo ambizioso, hai tu usurpato la cattedra apostolica di Roma, tu che eri già vescovo di Porto?”. L’avvocato di Formoso addusse qualcosa in sua difesa, sempre che l’orrore gli abbia permesso di parlare; il cadavere fu riconosciuto colpevole e condannato. Il sinodo sottoscrisse l’atto di deposizione, dannò il papa in eterno e decretò che tutti coloro ai quali egli aveva conferito gli ordini sacerdotali, dovessero essere ordinati di nuovo. I paramenti furono strappati di dosso alla mummia, le recisero le tre dita della mano destra con le quali i Latini sogliono benedire, e con grida barbariche, gettarono il cadavere fuori dall’aula: lo si trascinò per le vie, e, fra le urla della plebaglia, venne gettato nel Tevere. »

(Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter, tomo V, cap. V.)

La riabilitazione

Il processo, con il conseguente strazio del cadavere, suscitò una rivolta popolare in tutta Roma, ci fu un’ondata di indignazione che spinse il popolo alla vendetta per il misfatto compiuto. Papa Stefano ne subì direttamente le conseguenze: venne catturato, deposto e imprigionato a Castel Sant’Angelo, dove nell’ottobre dello stesso anno, venne ucciso per strangolamento. Nel dicembre, morto ormai papa Stefano, i resti di Formoso furono riconsegnati a papa Romano (897) e di nuovo inumati nella Basilica di San Pietro dal successore papa Teodoro II (897), che lo avrebbe posto tra le tombe degli apostoli con una pomposa cerimonia. Ulteriori processi contro persone decedute vennero vietati. Papa Giovanni IX (898-900) annullò il processo contro Formoso e tutti gli atti relativi vennero dati alle fiamme. Successivamente la validità dell’operato di Formoso venne pienamente ripristinata

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